Interviste

Chi è Marta Bianchi?

Illustrazione, animazione e ricerca visiva tra arte e impegno sociale.

A cura di Creative Plaza

Chi è Marta Bianchi?

Bio

Marta Bianchi è un’illustratrice attiva tra editoria, cinema e arti visive.
Collabora con RAI1 per Unomattina Estate e nel 2024 ha contribuito al lungometraggio animato Removed per AVID. Dal character design allo storyboard, unisce tecniche tradizionali e digitali con un’attenzione ai temi sociali e culturali. Integra alla pratica artistica una formazione in psicologia, sviluppando workshop e laboratori orientati all’inclusione sociale.

1) Com’è nata la tua passione per le arti visive?

La mia passione per le arti visive nasce molto presto; quando ho iniziato a guardare gli albi illustrati ed i libri di storia dell’arte ero talmente piccola che non ho ricordi precisi del momento in cui ho iniziato a disegnare.

Ricordo che durante la mia infanzia, in casa, i miei genitori avevano molti albi illustrati, che acquistavano per me e spesso sfogliavo anche riviste di architettura e testi di storia dell’arte che trovavo in casa. Mi piaceva quando i miei genitori organizzavano lunghi viaggi in macchina e mi portavano con loro nelle città d’arte europee, per visitare piazze, palazzi, quartieri e musei.

Ero solita trascorrere le giornate giocando con altri bambini e bambine in strada, dove disegnavamo tutto quello che avevamo a disposizione, incluse le strade, con gessi colorati e pastelli a cera. Altre volte, mentre i miei genitori lavoravano, stavo nel loro studio e trascorrevo lunghe ore disegnando. A scuola, dalla materna alle superiori, mentre ascoltavo la lezione disegnavo.

Poi in età adolescenziale la mia spinta creatrice ha subito un drastico calo, dato che accanto al disegno è subentrata la passione per il cinema, per la letteratura e per lo sfascio adolescenziale da paese. Il tempo a disposizione per disegnare si era dimezzato: dovevo studiare e nel tempo libero volevo anche leggere e vedere film, oltre che cazzeggiare con i miei compagni di sfascio. Nonostante tutto continuavo anche a disegnare.

Durante il periodo dell’Università è diventato molto più difficile dedicare del tempo alle arti visive, perché allo studio si affiancava il lavoro. Poi, una volta terminato il ciclo di studi, ho capito di voler trasformare l’hobby in professione. Mi sono iscritta alla scuola di illustrazione Officina B5 e ho iniziato a dedicarmi quasi a tempo pieno al disegno.

2) Guardando i tuoi primi lavori e quelli più recenti, qual è la trasformazione più evidente nel tuo segno?

La trasformazione più evidente nel mio segno, passando in rassegna diversi lavori del passato fino a giungere a quelli attuali, è la capacità di sintesi che ho sviluppato nel tempo, la “disinibizione” e la freschezza del disegno veloce e di getto rispetto ad un segno del passato molto più incerto e, forse proprio per questo, manieristico e tendente al realismo. Oggi è proprio la ricerca dell’antirealismo e del segno sintetico che guida il mio processo creativo.

3) Come nasce una tua opera? C’è un momento decisivo nel passaggio dall’idea all’immagine?

Faccio una premessa: sono un’illustratrice e non un’artista visiva. Questo significa che, anche purtroppo, non mi sveglio la mattina potendo disegnare ciò che voglio. Sarebbe un lusso, che non posso permettermi. Sono anni che cerco di avere il tempo e lo spazio mentale per dar vita a progetti personali “disinteressati”, svincolati dal fattore economico e da una committenza. Purtroppo, al contrario di molte persone che lavorano nel mondo dell’arte, non ho il cosiddetto “culo parato”, non sono ricca, sono sola, non ho un supporto economico che mi consenta di vivere senza l’ansia di dover pagare affitto e bollette. Praticamente io vivo facendo diversi lavori per poter lavorare ANCHE con l’illustrazione.

La premessa è utile, anzi, indispensabile, per capire che i miei lavori nascono quasi sempre dalla domanda, dalla richiesta di una committenza. Poi cerco di esprimermi il più possibile all’interno di quella domanda, ma è chiaro che se fossi ricca non avrei accettato il 60 per cento dei lavori che mi sono capitati e mi sarei dedicata alla mia ricerca personale. Quindi spesso l’idea me la danno gli altri. Lo spunto iniziale, intendo. Poi, generalmente nei momenti più impensati e svincolati dal lavoro, visualizzo delle immagini, che riporto appena posso su carta, sotto forma di sketch. Infine, scelgo quella che mi convince di più, che dovrebbe diventare il definitivo. Ma in realtà il definitivo diventa sempre altro. E invece spesso gli sketch diventano i bozzetti per lavori successivi.

4) Il tuo lavoro intreccia arte, psicologia e intervento psicosociale. In che modo questa integrazione influenza le storie che scegli di raccontare e i personaggi che costruisci?

L’integrazione tra arte, psicologia e intervento psicosociale produce sicuramente delle influenze sui miei lavori, credo soprattutto nelle atmosfere e nell’emotività che esprimo con il disegno, più che nella scelta dei contenuti o dei soggetti rappresentati. Ma non sempre è vero, a volte anche la scelta dei soggetti e dell’ambito semantico è stata influenzata dalla poliedricità della mia formazione.

Ad esempio un progetto personale di circa un anno fa, una serie di illustrazioni a tema P.G.R., è intriso e carico di significati simbolici e penso che la formazione di psicologa sociale mi abbia portato a scegliere di illustrare una cosa del genere piuttosto che disegnare un catalogo di gattini. Un altro esempio è “Faith” di Edizioni Epoké, albo illustrato curato da Rossana Calbi, uscito nel 2020, in cui ho illustrato la storia di una ragazza nigeriana vittima di tratta, target con cui lavoro come psicologa da molti anni.

Quel progetto è stato sicuramente il massimo grado di integrazione che ho raggiunto fino ad ora e ringrazio ancora Rossana, bravissima curatrice e amica, per avermelo proposto e per avermi spinto a farlo.

5) Partendo dalla tua esperienza con workshop e interventi finalizzati all’inclusione sociale, cosa pensi che cambi quando il disegno passa da espressione individuale a esperienza comunitaria?

Rispondo a questa domanda citando la scuola gestaltica e perché filtro la realtà da una prospettiva sistemica: il tutto è qualcosa di qualitativamente diverso dalle singole parti che lo compongono. E’ qualcosa di “più”. Intendo dire che il disegno come prodotto di un lavoro collettivo, come esperienza comunitaria, informa e rivela modi di stare e di interpretare il reale che non emergerebbero attraverso la modalità individuale. Molto spesso, i singoli che partecipano ad un’esperienza di creazione artistica collettiva, rimangono stupefatti e increduli di fronte alle risorse ed alle capacità che hanno messo in gioco, inconsapevolmente, nel processo del lavoro di gruppo e in gruppo.

6) Quali territori artistici senti di voler esplorare nei prossimi anni?

Più che esplorare nuovi territori artistici mi piacerebbe tornare alle origini e riprendere in mano le tecniche tradizionali che usavo anni fa, come l’incisione su linoleum, la monotipia, il grattage.